E adesso, cosa farà il marmittone tunisino piazzato sul molo del porto di El Kantaoui a montare la guardia alla barca - un grezzo motoscafone, a dirla tutta - divenuto il simbolodella voracità della politica italiana, del nuovo leghista evoluto in vecchio, incontenibile trasporto per i confort della vita? Lo «Stella», entrobordo da venti e passa metri che per la Guardia di finanza apparteneva a Riccardo Bossi, figlio primogenito del fondatore della Lega Lombarda, esce repentinamente dalle cronache della nuova Tangentopoli in salsa Carroccio.
La barca non è di Bossi junior: questa è l'amara verità che consegna alle cronache il verbale di interrogatorio del vero proprietario della barca. Il figlio del Senatùr, confermando in questo l'impressione di non essere particolarmente astuto, se ne vantava con le ragazze come di cosa sua. Invece era di un amico che qualche volta, e con parsimonia, gli permetteva di salirci a bordo. Tutto qua. Non c'entrano i fondi neri della Lega, i diamanti di Belsito, i finanziamenti pubblici sperperati nel mantenimento della «family», come nelle carte dell'inchiesta veniva definito il cerchio magico dei parenti di Umberto Bossi. E quel che ne resta alla fine è, a ben vedere, un apologo su come i massmedia riescano ad entusiasmarsi per i luoghi comuni, l'ovvio, il clichè che - a volte meritatamente - incombono sui protagonisti della seconda Repubblica.
Il verbale di interrogatorio di Stefano Alessandri, un signore romano di 55 anni, reso alla Guardia di finanza e approdato ieri sulle pagine del Fatto Quotidiano - organo di stampa non sospettabile di indulgenza verso le disinvolture della casta - lascia pochi dubbi. Di prestanome che cercano di salvare il proprio politico di riferimento sono piene le cronache. Ma in questo caso si può escludere che si tratti di un alibi graziosamente offerto a Riccardo Bossi per salvare il salvabile. Alessandri ha fornito alle «fiamme gialle» dati incontrovertibili per dimostrare che lo «Stella» è suo. Il fatto che sia stato comprato qualche anno prima che Alessandri e Bossi facessero la loro conoscenza, per esempio. Ma anche - secondo quanto si dice - un dato ancora più solido, perché proviene da quella fucina di rivelazioni che sono spesso i dissidi coniugali: quando il matrimonio di Alessandri è andato in crisi, tra i beni che la sua signora ha preteso di condividere nella separazione dei beni c'era anche il barcone. Il figlio di Bossi non c'entra niente.
La storia dello yacht era finita su tutte le prime pagine il giorno in cui erano scattate le manette ai polsi di Francesco Belsito, ex tesoriere della Lega Nord, l'uomo che già da qualche mese è sotto inchiesta per la allegra gestione della cassa padana. L'inchiesta principale, che ha decapitato il movimento e ha catapultato Roberto Maroni alla sua guida, è ancora in corso. Tra i motivi che rallentano la chiusura dell'indagine c'è anche la difficoltà di inquadrare esattamente nel codice penale le imprese di Belsito e, di rimbalzo, di Umberto Bossi. Peculato, appropriazione indebita, truffa ai danni dello Stato? L'indagine milanese si è barcamenata a lungo tra sottigliezza giuridiche. Che i soldi erogati dallo Stato alla Lega Nord fossero impiegati per fini eterodossi è un dato di fatto. Ma quale reato in grado di reggere in aula si dovesse imputare a Bossi e Belsito è tema che ha fatto discutere a lungo i pm milanesi.
Asciutto o bagnato, Pedrosa c'è Trionfo a Le Mans per il piccolo cavaliere
Sul podio anche l'eroico Cal Crutchlow e Marc Marquez, protagonista di una super rimonta. Rossi cade e finisce 12°
Dal nostro inviato ALESSANDRO PASINI
LE MANS – Se Dani Pedrosa vince anche gare come queste, allora diventa lui il grande favorito per il titolo della MotoGp. Il piccolo cavaliere della Honda trionfa a Le Mans due settimane dopo Jerez e lo fa in una gara partita bagnata e finita asciutta, la condizione peggiore possibile per un pilota. In un colpo solo Dani sfata la sua nota idosincrasia per la pioggia e per Le Mans (dove aveva fatto solo due terzi in MotoGp) e zompa in testa alla classifica del Mondiale con 83 punti davanti a Marquez (77), Lorenzo (66), Crutchlow (55) e Rossi (47).
CRUTCHLOW E DOVIZIOSO SHOW - Sul podio con lui Cal Crutchlow, eroico a correre con una frattura al piatto tibiale rimediata sabato, e Marc Marquez, protagonista di una super rimonta coronata nel finale con un sorpasso su Dovizioso, grandissimo al via (magnifica la partenza della Ducati numero 4) e in lotta con Pedrosa fino oltre metà gara prima di restare vittima dell’usura delle gomme e scivolare fuori dal podio. Comunque un gran risultato per la Rossa, che fa anche quinto con Hayden e si prende una bella soddisfazione nei confronti del suo ex amato Valentino.
FLOP YAMAHA – Malissimo infatti Rossi, che ha illuso per metà gara (a un tratto, terzo, pareva in lotta per la vittoria) prima di cadere a 10 giri dalla fine mentre era quarto e già in calo. Vale è ripartito e ha concluso 12°. Male anche Lorenzo: Jorge ha cambiato le mappature elettroniche all’ultimo momento in griglia e ha pagato una condizione tecnica chiaramente negativa. Mai in partita ha perso posizioni su posizioni fino a chiudere settimo. E’ stato il flop della Yamaha ufficiali, travolte dalla Honda e anche dalla moto clienti di Crutchlow.
IL VINCITORE – «Una gara incredibile per me – ha spiegato Dani Pedrosa -. All’inizio Dovizioso e Lorenzo erano troppo veloci, poi ho sentito il feeling giusto, ho rischiato di cadere e ho trovato il ritmo per vincere. Sono felicissimo: finalmente ho vinto sulla pioggia proprio nel giorno in cui meno me lo aspettavo».
Le tre Yamaha di Crutchlow, Rossi e Lorenzo
DELUSO - «Ho buttato via una occasione da podio - ha raccontato Valentino Rossi -. Ero veloce, la prima parte della gara è stata bella e divertente, io ero in lotta con gli altri e sentivo di avere un buon passo. Poi alla curva 6 non mi è sembrato di arrivare troppo forte, ma sulla buchetta la moto mi si è chiusa davanti e sono caduto. Peccato. La Yamaha è in crisi? Certo le Honda vanno fortissime anche sul bagnato, i piloti possono sbagliare e andare larghi e recuperano immediatamente gli errori. Noi invece abbiamo sofferto. Marquez? Ha 20 anni e il mazzo di carte pieno di jolly, ma senz'altro le loro moto consentono di controllare il posteriore sia in entrata che in accelerazione: la loro non è solo fortuna. Se sono preoccupato? La situazione non è delle migliori, ma il campionato è ancora lungo. Se devo dare un voto a queste prime quattro gare do un 8 alla Yamaha e un 7 a me e alla mia squadra».
LA GARA - Il protagonista in avvio è Andrea Dovizioso, che parte come uno sparo con la sua Ducati e mette dietro Lorenzo e Pedrosa, con Rossi settimo e Marquez nono. Mentre Dovi è eccezionale a dettare il ritmo, Rossi risale, Pedrosa passa Lorenzo e inquadra il ducatista: al quinto giro il sorpasso di Dani che prova la fuga ma commette un grave errore e restituisce la leadership a Dovizioso. E’ spettacolo. All’ottavo giro ci sono sei piloti in 1 secondo e 6, con Crutchlow e Hayden che agganciano il poker di testa Dovizioso, Pedrosa, Lorenzo e Rossi. Ma Lorenzo, in difficoltà tecnica, perde terreno e precipita al sesto posto. Pedrosa è straordinario a passare Dovizioso; Lorenzo scivola al settimo potso e viene insidiato da Marquez che, partito male e novizio sul bagnato in MotoGp, ora viaggia con un buon passo. La pioggia verso metà gara cessa, il cielo rischiara, la pista si asciuga: Dovizioso non molla e fa un botta e risposta con Pedrosa mentre Crutchlow supera Rossi in calo e Marquez si lascia alle spalle Lorenzo, passato pure da Bautista all’ottavo posto. A 10 giri dalla fine cade Valentino Rossi: una brutta scivolata mentre era insidiato da Hayden e rientro al 12° posto, fuori dai giochi. Con la caduta di Bradl, Marquez si ritrova al quinto posto e poi al quarto (passato Hayden). Pedrosa vola comodo verso la vittoria e l’ultimo dubbio riguarda la lotta per il secondo posto tra Dovizioso e Crutchlow: l’inglese sorpassa l’italiano, con le gomme ormai stracciate, a cinque giri dalla fine. Ma quasi dal nulla spunta Marquez, indemoniato: il nuovo fenomeno passa Dovizioso e inquadra pure Crutchlow, ma è troppo tardi. Deve accontentarsi del terzo posto.
MOTO 2 – Clamorosamente nessuno spagnolo sul podio: in una gara fermata a tre giri dalla fine per la pioggia, Espargaro e Rabat cadono e a vincere è il britannico Redding davanti al finlandese Kallio e al belga Xavier Simon. Il primo italiano è Mattia Pasini, sesto, mentre il primo spagnolo, Julian Simon, è soltanto ottavo. In classifica Redding conduce con 76 punti davanti a Rabat con 52. Primo italiano Pasini, 12°, a quota 18. MOTO 3 – Qui tutto regolare invece con tre spagnoli ai primi tre posti: Vinales, Rins e Salom. Primo italiano Fenati, settimo. In classifica guida Vinales con 90 punti davanti a Salom (77) e Rins (61). Primo italiano Fenati, 13°, con 17 punti.
Che tra il M5s e Matteo Renzi non corra buon sangue è cosa nota.Beppe Grillo, per esempio, lo chiama "copia e disincolla": il ducetto pentastellato ritiene che il sindaco abbia copiato paro paro il programma del Movimento. Così, dal Salone del Libro di Torino, Renzi si toglie qualche sassolino dalla scarpa. La prima bordata: "Grillo non è così bravo con internet, ma è uno straordinario animale televisivo che ha costretto la tv ad inseguirlo". Poi la seconda, pesantissima, bordata: "E' ridicolo che chi ha votato il Movimento 5 Stelle pensando che potesse cambiare le cose si trovi oggi 150 parlamentari impegnati a discutere solo sugli scontrini e sulle diarie. Io dico, prendete quei soldi e governate!". Così nella presentazione del suo libro Oltre la rottamazione, in cui di fatto, il sindaco di Firenze, rinnega il termine che lo ha reso famoso."
I grillini si spaccheranno" - Pochi minuti dopo, nell'intervista concessa aLucia Annunziata a In Mezz'Ora, Renzi è tornato a parlare del Movimento 5 Stelle ribadendo un concetto espresso in mattinata: "Credo che il gruppo del M5s si spaccherà. Ha posizioni idologiche quando si tratta di andare dietro alla linea del leader, ma poi si spacca quando si parla di soldi e diaria", ha ribadito. Quindi altre critiche ai pentastellati, che "hanno saputo soltanto dire di no a tutto. All'alleanza col Pd, al governo, ai presidenti di Camera e Senato". Confidando probabilmente in una diaspora del Movimento, Renzi aggiunge che "c'è da lanciare una grande scommessa sul recupero dei voti dei Cinquestelle, ma non si fa con il politichese".
Critiche al Pd - Al Salone del Libro si è poi parlato della manifestazione della Fiom a cui il Pd, tra le polemiche, non ha preso parte. "Non è necessario andarci. Non dobbiamo andare dietro ai sindacati. Un partito politico non vive di manifestazioni politiche fatte da altri. Io, per esempio - ha aggiunto - ho trovato ridicolo fare una manifestazione contro la povertà", ha spiegato riferendosi a un recente corteo organizzato dal Pd. "E' doveroso combattere la povertà - ha chiosato - ma non ci si pulisce la coscienza facendo una manifestazione, si devono creare posti di lavoro". Ma la reprimenda ai democratici non è terminata: "Aver fatto risalire Berlusconi è un errore gravissimo, che ha fatto una sinistra troppo sicura di sè e troppo sorda alle richieste della base. Noi l'abbiamo riportato in politica facendo un clamoroso errore". Il sindaco, inoltre, conferma di non essere in corsa per la segreteria del Partito democratico.
Nell'ultimo libro il sindaco di Firenze spiega la sua strategia: "Non farò una battaglia generazionale, voglio andare oltre"
Grande attesa per l'arrivo, oggi al Salone del Libro di Torino, di Matteo Renzi con il suo nuovo libro «Oltre la rottamazione» pubblicato da Mondadori. L'uscita del volume coincide, per volontà del sindaco di Firenze ed esponente di punta del Pd, con la presentazione all'Auditorium del Lingotto - in programma alle 12.30 - in quello che si annuncia come uno degli eventi più importanti della 26/ma edizione del Salone.
Un'analisi della sconfitta alle primarie contro l'ex segretario Pier Luigi Bersani, e la «non vittoria» del partito democratico alle ultime elezioni politiche.
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I primi mesi del 2013 ci hanno tolto molte certezze. Difficile non provare un senso di spaesamento quando vedi l'immagine di due papi vestiti entrambi di bianco che si abbracciano in Vaticano. Inimmaginabile pensare che il video più visto al mondo su YouTube, il primo che supera il miliardo di visualizzazioni, non sia prodotto in America, ma sia quello di un rapper coreano che improvvisamente diventa celebre con il Gangnam Style. E, per chi ama il calcio, è sinceramente complicato non avvertire il vuoto pensando che uno dei più grandi allenatori di sempre, sir Alex Ferguson, lasci dopo ventisette anni la panchina e la guida del Manchester United. Ci sono tutti gli elementi, dunque, per perdere la bussola.
Ma qualche certezza resta intatta. Fortunatamente o sfortunatamente, sia chiaro. Per esempio, la certezza che la sinistra italiana riesca a perdere le elezioni, anche quando sembrerebbe impossibile farlo. (...). La sinistra realizza la straordinaria impresa di perdere elezioni politiche che sembravano già vinte, grazie a una campagna elettorale da manuale. Manuale dei perdenti, sia chiaro. Silvio Berlusconi risolleva un centrodestra che sembrava cotto e decotto, riuscendo nel capolavoro di cancellare con due mesi di campagna elettorale nove anni di governo fallimentare. Ci salviamo per un soffio, per un pugno di voti: fanno la differenza poco più di centomila cittadini. Le ultime ore dello scrutinio sono un allucinante, inarrestabile avvicinamento del Popolo della libertà alla percentuale del Partito democratico: finirà con uno scarto da prefisso telefonico, appena uno zero virgola. Mi domando quale peccato abbia commesso il militante democratico tipo per arrivare sempre sul fotofinish a rischiare le coronarie. Se solo i democratici non si fossero alleati con la Südtiroler Volkspartei, giusto per fare un esempio, il Cavaliere avrebbe avuto i consensi per la rimonta più incredibile della storia e, particolare non da poco, per farsi eleggere al Quirinale!Già, il Colle. Il Parlamento neoeletto conferma - per la prima volta nella storia della Repubblica italiana - l'inquilino uscente, Giorgio Napolitano. (...). Surreale la scena del discorso di insediamento del presidente della Repubblica: parole durissime contro le colpe dei partiti e dei loro esponenti che, con raro e notevole sprezzo del pericolo applaudono freneticamente.
Quando in campagna elettorale Berlusconi aveva promesso l'abolizione dell'Imu, il Pd aveva liquidato la proposta definendola "folkloristica". Ora vogliono tutti strappargli la vittoria
Altro che dare a Cesare quel che è di Cesare. Adesso la sinistra vuole pure mettere il cappello sul successo incassato in settimana dal governo. Dopo aver a lungo osteggiato l'abolizione dell'Imu sulla prima casa, il Partito democratico si affanna per strappare dalla mani di Silvio Berlusconi che porta solo il suo nome.
La prima a provare invidia per il gol messo a segno dal leader del Pdl è stata, manco a dirlo, Rosy Bindi che ha invitato a non "spuntare le vittorie".
"Il Pdl come il Pd - ha avvertito la Bindi - farà i conti con il programma illustrato da Letta in parlamento che, malgrado la propaganda di Berlusconi, non è il suo". Dopo di lei, uno dopo l'altro, tutti a voler strappare al Cavaliere un provvedimento in cui ha creduto sin dall'inizio della campagna elettorale.
Basta dare una rapida occhiata ai titoli dei giornali che, a poche settimane dalle elezioni politiche, riportavano accuse e anatemi del centrosinistra contro Berlusconi. Lo scorso 16 gennaio l'allora segretario piddì Pier Luigi Bersani aveva spiegato ai microfoni diBallarò che non solo era "impossibile ridurre l'Imu", ma che il Paese aveva addirittura bisogno di una patrimoniale. Senza andare troppo lontano anche la Bindi, che adesso vuole dare al Cavaliere lezioni di morale politica, andava dicendo che i democrat erano contrario all'abolizione dell'imposta sulla prima casa. "Per alcuni di noi non è giusto sospendere l’Imu sulla prima casa - diceva lo scorso aprile - abbiamo invece problemi sulle pensioni, sugli esodati e sulla sanità". Lo stesso premier Enrico Letta, al tempo vice segretario del Pd, aveva criticato, in una intervista rilasciata alla Stampa a febbraio, la proposta del Cavaliere definendola "non credibile" perché "basata su premesse che non tengono conto della verità e perché non si poggia sulla possibilità di realizzarla dal punto di vista della solidità politica". Una promessa che Letta aveva definito "irrealizzabile". Dello stesso avviso era anche Dario Franceschini, ex capogruppo del Pd a Montecitorio e adesso ministro ai Rapporti col parlamento: "Non è politica, è folklore. Sono 19 anni che si ripete lo stesso copione: Berlusconi le spara grosse in campagna elettorale e poi si dimentica". Una sparuta minoranza i democrat disposti a seguire Berlusconi sulla strada dell'abrogazione dell'imposta sulla prima casa. Tra questi il "rottamatore" Matteo Renzi che, al tempo, era visto dai vertici di via del Nazareno come un berlusconiano in seno al Pd.
LE MANS (FRANCIA) - Dani Pedrosa ha vinto il Gp di Francia di motociclismo, classe MotoGp. Dietro lo spagnolo della Honda è giunto il britannico Cal Crutchlow (Yamaha). Terzo l'altro spagnolo Marc Marquez, compagno di squadra di Pedrosa. Quarto posto per Andrea Dovizioso (Ducati). Solo settimo Jorge Lorenzo (Yamaha).
REDDING VINCE LA GARA MOTO2, PASINI 6/O - L'inglese con la Kalex, Scott Redding, ha vinto la gara della Moto2 nel Gp di Francia con la bandiera rossa esposta dalla direzione di gara a causa della pioggia a tre giri dalla fine ufficiale dei giri a disposizione. Redding con la vittoria di oggi, diventa leader della classe di mezzo del mondiale con 76 punti, scavalcando lo spagolo Rabat (fermo a 52 punti), per la caduta in gara di oggi. Sul podio con Redding anche il compagno di squadra, il finladese Mika Kallio (Kalex) e il pilota belga Xavier Simeon (Kalex). Quarto il pilota elvetico Dominique Aegerter (Suter), poi il primo tra i piloti francesi, Johann Zarco (Suter). Il transalpino, che si è trovato in testa una volta caduti Esteve Rabat e Pol Espargarò (Kalex) prima e Takaaki Nakagami poi, non è riuscito a tenere i suoi colleghi alle spalle nonostante abbia fatto segnare più volte il giro veloce in gara facendo sognare il pubblico di Le Mans. Sesto posto per Mattia Pasini (SpeedUp), poi il pilota di San Marino Alex De Angelis (Speedup) ha chiuso in decima posizione, mentre il romano Simone Corsi (SpeedUp) non è mai entrato troppo in gara e ha terminato la gara della Francia 12/o.
Il Ministro dell'integrazione Cecile Kyenge vuole incentivare l'occupazione. Degli immigrati però. Sul suo sito personale, www.cecilekyenge.it, durante la campagna elettorale nelle fila del Pd prometteva posti di lavoro ai migranti nella pubblica amministrazione. La Kyenge che si è già distinta per voler introdurre lo ius soli e abolire il reato di clandestinità ora a quanto pare avrebbe in testa di dare un posto pubblico agli immigrati. Sul suo sito nemmeno tanto tempo fa scriveva: "Serve una legge organica sul diritto di asilo. Questa è una delle proposte che intendo portare avanti che sarà la garanzia di accesso per i migranti ai posti nella pubblica amministrazione, su esempio di ciò che furono in le americane “affermative action”, politiche già applicate in Gran Bretagna. L’Emilia Romagna già applica in parte queste possibilità, ma anche molte grandi aziende estere hanno compreso che i migranti possono essere un volano per l’economia nonché referenti privilegiati per dialogare e creare partnership commerciali con i paesi di origine anche nel settore privato".
Precedenza agli immigrati - La Kyenge pretendeva pure che la misura fosse adottata nei primi cento giorni dell'eventuale governo Bersani. Le cose poi sono andate diversamente. Bersani a palazzo Chigi non è entrato. ha sbattuto sul muro a Cinque Stelle. Lei invece, accettando le larghe intese, si è presa il "posto" da ministro e ora punta a cambiare radicalmente le politiche sociali del Paese. Le affermative action a cui si riferisce il ministro sono delle misure di tutela per le minoranze. Quote di impiego bloccate per chi appartiene ad una minoranza.
A "Le Iene" parla l'assistente di un Senatore: "A libro paga dei big del mercato per favorirli in Parlamento"
Pagati dalle lobbies e dalle multinazionali. E' questa l'ultima accusa che arriva da una fonte anonima del palazzo contro la casta di onorevoli e deputati. A rivelare il pagamento "sottobanco" è l'assistente di un senatore che a Le Iene racconta di come i grandi colossi e i poratatori di interesse tengano sul libro paga buona parte dei nostri parlamentari. Ci sono alcuni senatori e alcuni onorevoli che sono stipendiati da certe multinazionali, le cosiddette lobbies. “In che senso le lobby hanno a libro paga onorevoli e senatori?”, chiede Filippo Roma, giornalista del programma Mediaset. L'assistente senatore risponde: “Ci sono le multinazionali che ogni mese per mezzo di un loro rappresentante fanno il giro dei palazzi, sia al Senato che Camera, incontrano noi assistenti e ci consegnano dei soldi da dare ai rispettivi senatori e onorevoli. Per far sì che quando ci sono degli emendamenti da votare in commissione in aula, i senatori e gli onorevoli li votino a favore della categoria che paga”. Insomma l'assistente del senatore parla velatamente di tangenti. Le lobbies dunque pagherebbero uno stipendio mensile ad alcuni parlametari per ottenere in cambio dei favori. A questo punto sorge un sospetto. Tira aria di complotto. Di regie oscure. La gola profonda sarà mica l'assitente di un senatore a Cinque Stelle? (I.S)
Barbapapà: "Gli italiani scelgono chi promette gli asini volanti"
Penultima giornata a Torino della passerella radical-chic del Salone Internazionale del Libro. All'appuntamento Dialoghi dell'Espresso all'Auditorium del Centro Congressi del Lingotto, scontata la presenza di professionisti della morale del calibro di Eugenio Scalfari, Roberto Saviano e Umberto Eco. Tutti insieme, chiusi in una sorta di conclave intelletual-librario, a discutere di giustizia, mafia e di "che cosa è giusto e che cosa no". Il terzetto di predicatori della moralità si è riunito per propinarci la consueta lezioncina che, ognuno dal proprio pulpito - o meglio, tutti da Repubblica o 'Espresso -, ci impartiscono quotidianamente (o settimanalmente).
Italiani bugiardi... - I tre, facendo fonte comune, hanno parlato a una piccola platea torinese. Le affermazioni viaggiavano sui social network, sui quali si poteva assistere a una sorta di cronaca in tempo reale della "messa sinistra". Tra le varie affermazioni, un paio su tutte e firmate da Scalfari, hanno fatto scalpore. "La furbizia - spiega il fondatore di Repubblica - non è l'equivalente dell'intelligenza, ma è inganno. Gli italiani sono molto furbi". Capito? Furbizia uguale inganno, gli italiani sono furbi, quindi gli italiani sono tutti truffaldini, per definizione. Un sillogismo, quello snocciolato da Barbapapà, che sintetizza ciò che, da sempre, pensa degli italiani. Per rendersene conto basta scorrere le righe di un qualsiasi suo editoriale della domenica su Repubblica. Sempre sugli italiani, Scalfari aggiunge che "sono uno dei popoli più furbi che esistano. I furbi sono quelli che vanno dal demagogo e chiedono cosa può fare per i loro clienti". Secondo Barbapapà gli italiani non amano affatto lo Stato: "Noi siamo furbi evadiamo". Poi avverte: "Quando diciamo che la classe dirigente fa schifo dobbiamo aggiungere che anche noi facciamo schifo".
... e idioti - Gli italiani, questa la sostanza del discorso, disprezzano lo Stato, degli intrallazzoni, dei furbetti. E tra la totalità di furbetti ci sono quelli che devono essere disprezzati: quelli che non la pensano come Scalfari. Dice infatti: "C'è gente che vota chi gli promette asini volanti". La storia è sempre la stessa: da una parte c'è il giusto, il bene, il paradiso dei lettori delle sue filippiche, dei seguaci di Fabio Fazio e Roberto Saviano, dei salotti radical chic. Dall'altra ci sono tutti gli altri, quelli che per definizione stanno dalla parte del torto, in buona sostanza gli elettori del Pdl e di Silvio Berlusconi, quelli che votano "chi promette asini volanti". E chi vota gli asini volanti? Semplice: i beoti, gli idioti, gli inetti, gli stupidi. Questa la summa dello Scalfari-pensiero. Nel mirino c'è sempre lui, il Cav, e i suoi elettori. A quest'ultimi, parafrasando Berthold Brecht, non rimane che sedersi dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti sono occupati. E visto, soprattutto, che dall'altra parte c'è Scalfari.
Il fondatore di Emergency in piazza con la Fiom attacca il govereno: "Se si guarda alle condizioni di lavoro e di vita, è difficile immaginare un Paese più incivile"
Sono migliaia le persone che questa mattina hanno sfilato per le vie di Roma al corteo nazionale indetto dalla Fiom contro la crisi e le politiche di austerity.
Il segretario della Fiom Maurizio Landini insieme a Gino Strada
In testa al corteo, con lo striscione "Non possiamo più aspettare", il segretario del sindacato dei metalmeccanici, Maurizio Landini, al cui marciavano Gino Strada e Nichi Vendola. Il fondatore di Emergency non risparmia certo critiche nei confronti del presidente del Consiglio Enrico Letta definendo il suo governo come il prodotto di un "tradimento storico".
Strada non usa certo mezzi termini. Arriva addirittura ad augurarsi che l'esecutivo "finisca al più presto". Partecipando alla manifestazione della Fiom, il presidente di Emergency ha colto l'occasione per spiegare che "ormai esiste una distanza siderale tra la vita degli italiani e quella della Casta politica". In questi anni, a detta di Strada, si sarebbe passati dal compromesso storico al "tradimento storico". "La Fiom è, in questo momento, una delle poche realtà in grado di dare voce a quel Paese che voce non ha più", ha continuato spiegando che, "se si guarda alle condizioni di lavoro e di vita, è difficile immaginare un Paese più incivile". E ancora: "Il lavoro, la qualità della vita della persone non interessano la Casta politica, lo abbiamo visto per decenni e di recente è stato riconfermato con forza". Alla manifestazione era presente anche Stefano Rodotà, candidato "grillino" alla corsa per il Quirinale prima della rielezione di Giorgio Napolitano. "Rodotà sarebbe stato un primo segnale per cambiare l’Italia - ha concluso Strada - c’è stato chi non lo ha voluto e ne pagherà le conseguenze".
Dopo avere accusato l'allora segretario Bersani di fare scouting in Parlamento, ora è Grillo a provarci con i giovani Pd: "Bruciate quelle schede di partito"
Basta prendere il soggetto e sostituirlo, poi riportare l'orologio indietro di alcuni mesi.
La situazione è la stessa ma le parti sono invertite. Questa volta, che piaccia o meno, a elemosinare consensi è il Movimento 5 Stelle, non il Partito Democratico.
Tutto era iniziato con le avance dell'allora segretario, Pier Luigi Bersani, a caccia dei numeri necessari per tenere in piedi un governo. Il leader del Movimento, Beppe Grillo, non aveva esitato a tuonare dal suo blog e nelle pubbliche piazze contro il tentativo dei Democratici di distogliere i grillini deputati e senatori dalla retta via dell'assenso, ma solo sulle singole proposte.
La seconda partita del gioco si gioca in questi giorni. E parla di una situazione del tutto capovolta, in cui - complice il terremoto interno al Partito Democratico e la rinnovata ondata di correntismo - è Grillo a mendicare assensi.
Certo, i giovani del Pd hanno dato ai 5 Stelle un'ottima scusa. L'occupazione delle sedi di partito nei giorni della decisione sul nome a cui affidare il Quirinale ha fatto respirare a Grillo un'aria famigliare. Ma se il comico genovese cerca di convincere i Democratici a "stracciare quella cazzo di tessera" non è solo per questo.
Il leader del M5S cerca di irretire i giovani inquieti del Pd con un programma fatto dalle "stesse idee", che poi sarebbero "acqua pubblica, scuola pubblica, sanità pubblica, trasparenza".
L'invito è rivolto a tutti quelli "che non ci daranno mai il voto perché sono troppo incazzati con i loro dirigenti".
Tutto nobile e teso al bene superiore del Paese. In apparenza. Che poi i 5 Stelle abbiano perso più di qualche consenso dopo l'exploit elettorale, e tentino di recuperare consensi sulle disgrazie altrui, ovviamente è tutta un'altra storia.
Epifani prova a dettare l'agenda ma il Pd di "lotta e di governo", diviso tra leader e leaderini, è sempre più in difficoltà
Il tema del lavoro ancora una volta divide la sinistra. Ad accendere le polveri è Nichi Vendola: “Io non do consigli ad Epifani, dico solo che sono di sinistra e se non vengo al corteo della Fiom non so dove altro potrei andare”.
Il leader di Sel punta il dito sull’assenza del segretario del Pd alla manifestazione dei lavoratori guidati dal sindacato di Maurizio Landini. A peggiorare le cose ci si mette Sergio Cofferati: “Avrei sperato che il mio partito ci fosse”, dice con amarezza l’esponente del Pd ed ex segretario della Cgil.
I democratici cercano di trovare il proprio centro di gravità permanente, ma le difficoltà non mancano. E non è facile tenere ferma la rotta quando vieni a sapere che il fondatore, Romano Prodi, accarezza l'idea di mollare la scialuppa (lo avrebbe confidato lui stesso a un suo collega professore). Il segretario pro tempore Epifani cerca di barcamenarsi tra l'esigenza di traghettare il partito verso il congresso d'autunno e la necessità di sostenere Enrico Letta, attutendo i colpi “mediatici” messi a segno da Berlusconi (vedi successo sull'Imu). Essere di lotta e di governo è un'impresa tutt'altro che facile. Il Pd giocoforza deve provare a uscire dall'angolo e a tale scopo è prioritario smettere di giocare di rimessa (ad esempio ricordando a ogni piè sospinto che quella dell'Imu è una vittoria “solo” del Cavaliere). Servono nuove idee e nuove battaglie. E anche nuove speranze (o sogni). Il "yes we can" di obamiana memoria. Anche se in Italia, dice Matteo Renzi con amarezza, "spesso c’è il contrario di yes we can, il contrario delle possibilità, delle opportunità...".
Capitolo segreteria. Renzi si è defilato già da tempo. A giocarsi la leadership dovrebbero essere l'ex sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e l'ex ministro del governo tecnico Fabrizio Barca. Quest'ultimo dal suo blog dice di volere "un'organizzazione flessibile dei cittadini". Ma di cosa si tratta? "Né l'apparato antico dei partiti di massa né il partito che si mobilita solo ogni cinque anni per le primarie - copia deforme dei partiti statunitensi - né quello strano mix delle due cose che è oggi il Pd, fatto di strati non comunicanti e di primarie con auto-cooptazione.
Bisogna disegnare con profondità e innovazione un'organizzazione flessibile che assicuri la selezione continua - non episodica - di classe dirigente sulla base della capacità di organizzare e di muovere i sentimenti, che separi il segretario (degli associati) dal candidato premier (di tutti) graduando la partecipazione degli "altri" alla scelta, che attragga questi "altri" nei propri luoghi (circoli, prima di tutto, comitati, forum) perché lì ci si confronta davvero e da lì si possono influenzare le politiche e le scelte". Dichiarazione d'intenti sicuramente molto ambiziosa. Alla fine, anche Epifani, potrebbe prenderci gusto e decidere di continuare il lavoro come segretario. E un domani (perché no?) provare a correre per Palazzo Chigi come capo del principale partito di sinistra. Enrico Letta permettendo.
Riformare la riscossione del fisco si può. Alemanno lo ha già fatto garantendo un'attenzione maggiore a famiglie e imprese. Il Cav: "Applicare il modello Roma all'Italia"
"Tagliare le unghie al mostro Equitalia". Non è soltanto un modo di dire. L'appello lanciato ieri sera da Silvio Berlusconi al premier Enrico Letta, dopo aver incassato la sospensione dell'Imu sino al 16 settembre, è un invito al buon senso, una riforma concreta per riportare lo Stato dalla parte del cittadino che, strozzato dalla crisi economica, ha dovuto fare i conti con le angherie del fisco.
Sede di Equitalia
"Roma è stata la prima città che ha messo mano alla riforma di Equitalia che aveva stravolto il rapporto dei cittadini con lo Stato. Dovremo farlo anche come scelta di governo". Intervenendo alla cena elettorale per Gianni Alemanno al Palazzo dei Congressi dell’Eur, il Cavaliere ha lodato il sindaco di Roma per aver reciso il cordone che teneva legati i cittadini della Capitale alla società di riscossione. Secondo l’ex presidente del Consiglio, infatti, con Equitalia è stato "introdotto nel rapporto con il cittadino un sistema violento che dà l’impressione, al contribuente che entra in contatto con Equitalia, di uno Stato ostile e nemico". Come già con la sospensione dell'imposta sulla prima abitazione, l'intento è quello di andare a ricostruire la fiducia tra i cittadini e le istituzioni. Fiducia che è stata minata da tredici mesi di tecnici che, per far quadrare i conti e accontentare la cancelliera Angela Merkel, hanno messo le mani in tasca ai contribuenti spremendoli fino all'ultimo euro. I blitz della Finanza da Cortina a Portifino, le multe salatissime agli imprenditori che, strangolati dalla recessione, non riuscivano a saldare i debiti col fisco e i sigilli ai macchinari per quelle imprese che non saldavano i conti: Equitalia si è trasformata, come fa notare il Cavaliere, in un vero e proprio "mostro" pronto ad azzannare.
A Roma Alemanno ha pensato un fisco più attento alle esigenze delle famiglie e delle imprese, un fisco che non si limiti a far i calcoli e a pretendere ma che si impegni a non infierire sulle situazioni difficili, un fisco che arrivi a sospendere la riscossione nei casi più gravi. Questo il "modello Roma" che dal primo luglio soppianterà Equitalia e che Berlusconi vorrebbe applicare a tutto il Paese. "Tutte le famiglie e le imprese che non possono pagare e lo dimostrano al Comitato etico - ha spiegato Alemanno - saranno esonerati dal pagamento che sarà sospeso fino a quando non muteranno le loro condizioni economiche. Questa è una rete protettiva che evita suicidi e la chiusura di imprese".
(AGI) - Roma, 18 mag. - "Che l'Imu sia una tassa fatta male non c'e' dubbio, ma io vedo altre priorita', come il non aumentare l'Iva, il detassare il lavoro dipendente e costruire un piano di investimenti per l'occupazione. Su questo non vedo una discussione sufficiente da questo governo". Lo ha detto Maurizio Landini, durante la manifestazione della Fiom, a Roma. Il segretario generale della Fiom si e' poi soffermato sulla cassa integrazione: "Che ci sia una emergenza sulla cassa in deroga e' fuori di dubbio, un miliardo va bene ma non e' detto sia sufficiente per uscire dall'emergenza e guardare al futuro. Bisogna uscire da questa logica, altrimenti si rischia di far saltare l'Italia e l'Europa". Sull'assenza del segretario del Pd, Guglielmo Epifani, Landini ha poi spiegato: "Dal Pd ho ricevuto una telefonata. Mi ha chiamato il capogruppo alla Camera, Roberto Speranza, e mi ha detto che non poteva esserci, ma che ci sarebbe stata una delegazione del partito. Io ringrazio quelli che ci sono, chi non c'e' parla con la sua assenza". (AGI) .
Lutto cittadino e funerali per le tre vittime di Kabobo
Funerali in forma privata per le vittime del picconatore ghanese. Oggi pomeriggio, durante le esequie di Daniele Carella nella parrocchia della Pentecoste, contestato Pisapia. Maroni chiede giustizia: "Pietà per i morti, ergastolo per l'assassino"
Lutto cittadino. Milano ricorda Alessandro Carolé, Daniele Carella ed Ermanno Masini, le tre persone ammazzate brutalmente a colpi di piccone lo scorso 11 maggio dal ghaneseMada Kabobo.
Il sindaco di Milano Giuliano Pisapia contestato di residenti del quartiere di Quarto Oggiaro
La bandiera del Comune di Milano appesa sulla facciata di Palazzo Marino a mezz’asta in segno di lutto. E, mentre il capoluogo lombardo osserva un minuto di silenzio in concomitanza dell’inizio dei funerali, tre diverse funzioni vengono celebrate nel corso della giornata in forma privata.
Il funerale di Alessandro Carolè
Durante l’omelia per i funerali di Alessandro Carolè, don Angelo si è rivolto direttamente alla vittima della follia omicida dell'immigrato: "Aiutaci a vigilare perchè il dolore non si trasformi in odio. Io sono certo che questo tu non lo vuoi. Fai che il tuo sacrificio sia stato per la vita e non per la morte". Un appello che in questi giorni di tensioni, dove l'emergenza sicurezza è diventato la priorità per Milano, obbliga a fermarsi per ricordare le tre vittime. "Oggi a Milano i funerali delle vittime del folle picconatore clandestino - ha commentato il governatore della Regione Lombardia Roberto Maroni - pietà per i nostri morti, galera a vita per l’assassino". Sul feretro è stato posto un cuscino di rose bianche. Alle esequie alla parrocchia di San Martino di piazza Belloveso, lo stesso luogo dove Carolè è stato colpito a morte, erano presenti anche il sindaco Giuliano Pisapia e il vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani.
Francia, Marquez in pole position Rossi in difficoltà: partirà ottavo
AP
Marc Marquez
Lo spagnolo si conferma il più veloce. In prima fila anche Lorenzo e Dovizioso. Valentino a quasi 1’’
Marc Marquez ha conquistato la pole position nella classe MotoGp del Gp di Francia, quarto appuntamento del Motomondiale 2013. Il pilota spagnolo della Honda aprirà la prima fila completata dalla Yamaha del connazionale Jorge Lorenzo e dalla Ducati di Andrea Dovizioso. Si profila una gara in salita per Valentino Rossi, ottavo con l’altra Yamaha ufficiale.
Marquez, alla seconda pole del 2013, ha messo in fila la concorrenza con un giro in 1’33’’187 staccando Lorenzo (1’33’’217) di 0’’030. Dovizioso ha fermato il cronometro su 1’33’’603, con appena 0’’006 sul britannico Cal Crutchlow (1’33’’609), in sella alla Yamaha Tech 3. Il tedesco Stefan Bradl (1’33’’634) ha portato la Honda Lcr al quinto posto, davanti all’altra Honda ufficiale guidata dallo spagnolo Dani Pedrosa (1’33’’639), che nella fase cruciale delle prove è caduto alla curva 3 danneggiando la moto “titolare”.
L'ira del centrodestra sul caso dell'ex capogruppo regionale Villani, ai domiciliari a Parma perché ha contatti con i vertici azzurri: "Perseguitati i nemici della sinistra"
Indignati. Sconcertati. Esasperati da un trattamento che nulla a che fare con la democrazia e il confronto politico. Fa scattare la rabbia del centrodestra a Parma e in Emilia Romagna, il caso del consigliere regionale del Pdl, Luigi Giuseppe Villani, l'unico, tra i tanti accusati, ad essere ancora impiombato agli arresti domiciliari nell'ambito dell'inchiesta Public Money, partita all'alba del 16 gennaio.
Un'inchiesta che, se ha sconquassato i vertici amministrativi e istituzionali di Parma, ha innescato un sintomatico «deragliamento» giudiziario che riconosce come nemici tutti coloro che non la pensano come la parte buona della città. Quella di sinistra, ovviamente. Così, dopo la denuncia di ieri del Giornale, che ha reso pubbliche le singolari motivazioni («ha agganci con personalità di spicco del Pdl e della Lega»), addotte dal tribunale del Riesame per non concedere a Luigi Giuseppe Villani, come a tutti gli altri accusati, la libertà, è rivolta. Il primo a partire lancia in resta è il deputato pidiellino Sergio Pizzolante che non usa certo troppi giri di parole: «In primo luogo fa impressione apprendere da certi giudici che conoscere Alfano e Berlusconi sia considerato un reato mentre se poi entriamo nelle contestazioni di reato che si muovono a Villani veniamo a scoprire che l'accusa principale sembra quella che abbia partecipato ad un sistema di potere. Mi piacerebbe a questo proposito ricordare ai giudici che stiamo parlando di Parma, una città collocata in Emilia Romagna, regione nella quale vige da molto più tempo che a Cuba un sistema di potere inespugnabile retto dal centrosinistra. Dunque vediamo di capirci una volta per tutte. Dove governa il centrosinistra il sistema di potere è un fatto politico incontrovertibile mentre a Parma dove ha governato il centrodestra questo presunto sistema di potere è diventato improvvisamente un problema di interesse giudiziario. Curioso, no?».
Ma non è tutto perché un'altra «strana interpretazione», assunta dal gip ed evidenziata da Pizzolante è che la revoca degli arresti domiciliari è stata respinta perché Villani si rifiuta di dimettersi da consigliere regionale. «Questo - tuona il deputato pidiellino - mi sembra inaccettabile e dovrebbe farci riflettere su come è ridotta la democrazia». E ad uscire al contrattacco è anche il presidente del gruppo Pdl in Regione, Gianguido Bazzoni: «Luigi Villani è da oltre dieci anni il più autorevole esponente dell'opposizione in Regione, anche grazie agli importanti risultati politici ottenuti. Nella regione storicamente più di sinistra d'Italia e forse d'Europa non è facile emergere dall'altra sponda politica ma lui è persona autentica e per questo stimato anche dagli avversari. Non peraltro, ha ricevuto solidarietà per questa sua vicenda giudiziaria anche da esponenti della maggioranza.
Nuova crociata dell'inquilina di Montecitorio, stavolta sui diritti delle coppie omosessuali. Altro che presidente di tutti, lei si spende per le nicchie chic
È scicchissimo avere Laura Boldrini presidente della Camera. Il loden tecnico ci aveva già resi più eleganti, austeri, essenziali.
Il suo rigore ci era scivolato, oseremmo dire «colato» addosso addomesticando, oltre alla figura, anche un po' i pensieri, di certo lo stile di vita. Ma è con la Boldrini che abbiamo davvero fatto il salto di qualità. È stato un po' come passare da Riccione a Biarritz. Da un dvd da Blockbuster a Il raggio verde di Eric Rohmer, dai sofficini del supermercato all'indivia biologica della bottega in centro. Fondotinta chiaro e idee pettinate. Complice l'aspetto (non ha il phisique du rôle che ci si attenderebbe dal ruolo: non lo spettinato spirito messianico di una Bonino o la dedizione fideistica di una Bindi, e neppure l'aggressività passionale di una Brambilla) Laura opta sempre per posizioni di nicchia. Lei per gli italiani è un po' quello che il cinema Anteo è per i milanesi o che era la Libreria Utopia (prima di sloggiare da dov'era). Lei prende di mira la realtà e riesce, soavemente, deliziosamente, immancabilmente a notare quel particolare, quella spigolatura, quell'elegante angolo d'ombra il più lontano possibile dalle volgari grammatiche sociali del popolo bue, e ci si immerge con coraggio. A lei piacciono le cause delle minoranze sociali (dove minoranze sia detto in senso numerico), le piccole questioni etiche, gli elitari rovelli morali. Lei non avrebbe mai scelto lo slogan «presidente di tutti» perchè «di tutti» sa di carrello troppo pieno della spesa, di magliette in acrilico fatte in stock, di pullman, di vacanze all inclusive dove paghi la birra e le salsicce con le palline dei braccialetti di plastica. Laura non è il presidente di tutti perché Laura è un presidente elitario. E probabilmente la sua idea di trasporto di massa è un aereo per le Maldive. Certo, anche i rifugiati (dei quali si è occupata con vigore) sono tanti, ma sono un tema politicamente corretto come la salvaguardia della terra, il concetto (purché astratto) di uguaglianza e certi tessuti di qualità che vestono bene e rispettano l'ambiente e poi Solo le montagne non si incontrano mai. Per il resto, anche ieri ha dato prova della sua predilizione per i temi di «nicchia», infilandosi nell'acceso dibattito sulla discriminazione contro gli omosessuali per dire che serve a tutti i costi riconoscere le unioni civili tra persone dello stesso sesso («avviene già in diciotto Paesi dell'Unione» e avremmo voluto tanto che succedesse anche in Saturno contro, di Ozpetek).
Berlusconi incassa il rinvio dell'Imu: "Ma dobbiamo cancellarla del tutto". La nuova strategia sulla giustizia: cercare la pacificazione con le procure
Niente muro contro muro. Non solo sul fronte politico con i ripetuti attestati di stima e sostegno al governo Letta, ma pure sul versante giudiziario visto che anche ieri Silvio Berlusconi ha deciso di seguire la linea del «cessate il fuoco» nei confronti dei magistrati e si è presentato nella caserma dei carabinieri di Bari per essere ascoltato in merito a uno dei filoni d'inchiesta su Giampaolo Tarantini e Valter Lavitola.
Un Cavaliere «disponibile» e «di ottimo umore», stando alla cosiddetta «iconografia ufficiale». Forse troppo ufficiale se pure Paolo Bonaiuti si limita a parlare di «nuovo approccio friendly», visto che con tutta la buona volontà del mondo Berlusconi continua comunque a tenere a freno la voglia di ribaltare il tavolo. Non sul fronte politico, sia chiaro. Ma su quello processuale, tanto che chi ieri lo ha sentito commentare la deposizioni di Ruby al processo in cui sono indagati Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti non l'ha trovato per nulla di buon umore. Anzi.Detto questo, la linea è quella della prudenza e del dialogo. Perché l'obiettivo, ripete il Cavaliere nei suoi colloqui privati, è quello della «pacificazione». «Mettere fine – è il senso del suo ragionamento – a due decenni di conflitto permanente. Io sto facendo quanto in mio potere da ogni punto di vista, sul fronte politico e su quello giudiziario». Di qui il sostegno pieno all'esecutivo, senza se e senza ma e tirando il freno a mano ai tanti falchi che ci sono nel Pdl. Ma pure la nuova strategia «friendly» sul fronte dei processi, al punto dal farsi sentire dai magistrati senza obiezione alcuna due volte nel giro di pochi giorni nel filone Tarantini-Lavitola. Insomma, il tentativo è quello di una «pacificazione» non solo politica ma anche giudiziaria.Un Berlusconi che comunque non perde l'occasione di andare all'incasso dei primi risultati «utili» delle larghe intese. Con tanto di videomessaggio postato su Facebook a sostegno dei candidati per le amministrative per mettere il cappello sulla decisione del Consiglio dei ministri di sospendere la rata di giugno dell'Imu. Un nostro «primo successo», dice il Cavaliere. Che poi aggiunge: la sinistra era «sicura di vincere» le elezioni si è trovata in realtà a dover «fare i conti» con il Pdl e con la sua «vigorosa rimonta».
Partito in imbarazzo per la kermesse di Landini ma l'ala critica al governo ci sarà, da Civati a Cofferati. I dubbi di epifani: non andrà in manifestazione anche se non vorrebbe inimicarsi l'ala sindacale. Saranno presenti Sel e Cinque stelle
Puntuale come le rondini a primavera e la caduta delle foglie in autunno, arriva la manifestazione della Fiom, con relative crisi di nervi del Pd.
Anche perché, stavolta, si tratta di un appuntamento con un chiaro segno politico: «Tutti a Roma contro il governo Alf-Letta», proclama l'appello che circola in rete e che pubblicizza i «pullman gratuiti» per i manifestanti. Insomma, al di là della piattaforma ufficiale (per il lavoro, contro i licenziamenti, per il «reddito di cittadinanza») la piazza è convocata in chiave anti-larghe intese, e dunque - essenzialmente - contro il Pd e il suo connubio «contronatura» col Pdl. Eppure, nel Pd ci si arrovella se andare o non andare, e lo stesso segretario Guglielmo Epifani ancora non ha ancora preso una posizione ufficiale: il sindacato di Maurizio Landini lo ha invitato, ma lui «non ci ha fatto sapere nulla». Anche se, dal Nazareno, facevano trapelare che di qui alle amministrative il neo-segretario «farà solo campagna elettorale», e oggi sarà prima a Roma con Ignazio Marino (una cui eventuale sconfitta sarebbe un duro colpo anche per la sua leadership) e poi partirà alla volta di Avellino. Niente Fiom, dunque, ma senza dirlo: l'ex segretario della Cgil ha un comprensibile imbarazzo a schierarsi contro il sindacato di Landini (in corsa per sostituire Susanna Camusso al vertice di Corso Italia, ma con poche speranze), e a far sapere che ne diserta la piazza. In compenso, tutta l'ala «sinistra» del partito, quella che si è già posizionata contro il governo delle larghe intese, annuncia a destra e a manca che ci sarà: da Sergio Cofferati all'immancabile Pippo Civati, e poi Fabrizio Barca, Paolo Nerozzi, Vincenzo Vita, Corradino Mineo, Matteo Orfini.