Statistiche
Utenti : 1004
Contenuti : 1331
Link web : 8
Tot. visite contenuti : 1650002
|
|
Scritto da di Luca Simoni
|
|
Martedì 17 Maggio 2011 12:30 |
|

Roma, 17 mag (Il Velino) - Lo scenario economico internazionale non consente a nessuno di agire con leggerezza. È vero: il premier Silvio Berlusconi ha perso la sfida che aveva lanciato in questa tornata elettorale, trasformandola in un referendum sulla sua persona e sul suo governo. A Milano, culla del berlusconismo, con un risultato a sorpresa, dopo il primo turno gli antiberlusconiani sono diventati la nuova maggioranza. Se lo siano davvero, lo si vedrà tra 15 giorni, dopo il ballottaggio. Ma è bene dire subito che, comunque vada a finire, la stabilità del governo nazionale conta più del Comune di Milano. Ecco perché parlare ora di crisi tra Pdl e Lega, o peggio di crisi di governo, sarebbe una vera follia, che l'Italia intera pagherebbe a caro prezzo.
Basta alzare lo sguardo oltre i confini nazionali per averne conferma. In Libia siamo impegnati in una missione militare Nato, che non ammette improvvisi cambi di strategia, che sarebbero inevitabili se la sinistra pacifista dei Pisapia e dei Vendola, e l'opposizione dei Di Pietro avesse voce in capitolo. Poi c'è l'economia. Di fronte al rischio di collasso della Grecia, di cui un giornale tedesco ha addirittura ipotizzato la fuoriuscita dall'euro, la crisi dei debiti sovrani è diventata il primo punto nell'agenda di tutti i governi. E l'Italia, che ha il terzo debito pubblico del mondo (circa il 120 per cento del pil) dopo gli Stati Uniti e il Giappone, è sotto la lente di tutti gli osservatori internazionali, dalle autorità monetarie alle banche d'affari che assegnano i rating di affidabilità sui titoli emessi dal Tesoro. Finora ci è andata bene: la politica della lesina di Giulio Tremonti ha imposto una cura da cavallo a tutti i centri della spesa pubblica, sia nazionali che locali, e tenuto così i conti dello Stato in sicurezza, consentendo di pagare puntualmente ogni mese 18 milioni di pensioni, più di 3,5 milioni di stipendi agli statali e saldare i conti delle Asl per tenere in piedi il sistema sanitario gratuito. La gestione italiana del debito pubblico è stata via via approvata, e a volte addirittura elogiata, da Ecofin, Ocse e Fondo monetario. Collocare Bot e Cct non è mai stato un problema, anzi la domanda ha sempre superato l'offerta. Ma era inevitabile che una politica di estremo rigore, tanto più se basata sui tagli lineari (per forza di cose miopi, dunque da correggere quanto prima), si traducesse in uno scontento crescente di tutte le categorie che hanno sempre avuto nello Stato una fonte di reddito facile e sicuro, sovente di natura clientelare.
Ora quella cuccagna è finita. E le elezioni amministrative di domenica e lunedì non hanno fatto altro che registrare gli umori e l'insoddisfazione di un blocco sociale composito, che anche nel Nord ricco parte dal basso e comprende non solo chi fa sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese, ma anche quegli strati di borghesia professionale e impiegatizia che ha impiegato più tempo prima di avvertire i morsi della crisi, e ora si interroga sul proprio futuro, su quello dei figli, e al dunque esprime un voto di protesta. È stato così anche in altri Paesi europei, come Francia, Germania e Gran Bretagna, che di certo non sono governati male, e sarebbe stato davvero strano se la stessa onda non avesse investito anche l'Italia. Ma non per questo il governo deve rinunciare al proprio ruolo istituzionale, che è quello di fare lo Stato; semmai Berlusconi imiti la cancelliera Angela Merkel, che non si è certo suicidata quando ha perso il Baden-Wurtenberg, ma ha continuato nella sua politica di rigore e sviluppo, con risultati che ora la premiano.
Certo, sul risultato delle Comunali hanno giocato anche altri fattori. Il primo è certamente l'antiberlusconismo, che è diventato una sorta di riedizione dell'unità nazionale dei tempi di Enrico Berlinguer, Aldo Moro e Giulio Andreotti, quando cattolici e comunisti stipularono un'alleanza innaturale, che contraddiceva in nuce i principi e i valori costitutivi di quei partiti. Allora, l'unico ad opporsi fu Bettino Craxi, che aveva vedute politiche da socialdemocratico europeo. Berlusconi, in fondo, non ha fatto altro che raccoglierne il testimone, battersi contro il catto-comunismo, ed è così che ha richiamato in un unico movimento politico da lui fondato i moderati cattolici e laici, i liberaldemocratici, oltre ai socialisti riformisti eredi del craxismo. Questo accadeva 17 anni fa, e da allora il movimento guidato dal Cavaliere ha costituito in ogni elezione la prima forza politica in Italia. E tale è rimasta anche dopo le comunali di domenica scorsa, anche se ha perso 6-7 punti percentuali, che purtroppo non sono stati compensati dal principale alleato, la Lega di Umberto Bossi, che contro ogni previsione (nonostante il tentativo di rendersi autonoma dal Pdl) ha perso a Milano più di 4 punti quando pensava di guadagnarne almeno altrettanti.
Come si spiega il voto di Milano? L'analisi completa richiederà tempo. Ma una prima considerazione si impone, ed è che questa volta i milanesi hanno votato più con la pancia che con il cervello. Se avessero usato il cervello, avendo a cuore come è da sempre loro costume il portafoglio, avrebbero preso le distanze da un candidato sindaco come Pisapia e dallo schieramento che lo sostiene, che sembra la riedizione del governo Prodi: ovvero un'alleanza giustizialista con dentro tutti gli antiberlusconiani, comprese le varie espressioni della sinistra estrema, quindi sufficiente nei numeri, ma del tutto inadatta ad esprimere un governo concreto e coeso. Tantomeno il governo di una metropoli europea, alla vigilia dell'Expo 2015, evento che Pisapia e le varie formazioni di sinistra considerano nient'altro che una potenziale calamità, in quanto - a loro dire - potrebbe attirare su Milano i capitali della criminalità. In questo, il programma di Pisapia è fin troppo chiaro, soprattutto quando propone di trasformare Palazzo Marino in una succursale della Procura, con l'obiettivo di scovare addirittura prima e meglio dei pm le società in odore di 'ndrangheta e mafia intenzionate a mettere le radici a Milano.
I moderati milanesi, prima di andare alle urne per il secondo turno, farebbero bene a leggersi con attenzione i programmi della Moratti e di Pisapia. Scoprirebbero che la Moratti ha cento progetti per migliorare la qualità della vita dei giovani e degli anziani, tra cui: niente tasse, costruire due nuove linee di metropolitana, cinque nuovi parchi e case popolari per i ceti più deboli, compresi i divorziati maschi rimasti senza alloggio. Il programma di Pisapia è più fumoso, lascia intuire la solita filosofia del "tassa e spendi" cara alla sinistra, ma un dato emerge su tutti gli altri, il giustizialismo come bussola di governo. Il risultato? Con l'avvocato rifondarolo alla guida di Palazzo Marino, Milano potrebbe restare paralizzata per altri cinque anni, con tutte le opere pubbliche in perenne stand by, come lo fu per almeno dieci anni dopo l'avvio di Mani pulite, quando la Procura mise sotto inchiesta tutte le società di costruzioni. Ne vale davvero la pena?
 |
|
Gallery Albums e Movies

Comuni Italiani.it

|