I declassamenti da parte delle agenzie di rating, da qualche tempo, non vengono più accolti come un “giudizio di Dio”, come accadeva fino a non molti mesi fa. Colpa dell’eccesso di downgrading, della scarsa credibilità di chi li emette (ma questo non è certo un dato nuovo: basta pensare alle ottime pagelle assegnate a Lehman Brothers alla vigilia del default), infine alla tendenza a considerare questi verdetti come già “digeriti” dai mercati.
Eppure nella retrocessione decisa ieri notte da Moody’s ai danni dell’Italia (di un gradino, da A2 ad A3), e di Spagna (due gradini), Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Malta, nonché soprattutto nell’outlook negativo assegnato ad alcuni paesi forti dell’euro come Francia, Gran Bretagna e Austria con la minaccia di togliere la tripla A, non si può negare che manchino elementi di credibilità.
In primo luogo il quadro europeo: ben lontano dallo stabilizzarsi, a causa del combinato disposto tra rigorismo tedesco, aumento dei debiti pubblici e bassa crescita per tutti. Ma soprattutto Moody’s punta l’indice contro un’Europa che oscilla tra misure di austerity spesso disattese e riforme strutturali per la crescita, ancora più in ritardo e lacunose. L’Italia è stata nuovamente retrocessa proprio e soprattutto per il ritardo nelle riforme. Ed adesso si trova tra l’altro in una situazione delicatissima per i margini di manovra sul mercato dei capitali: delle tre agenzie, due (Fitch e Moody’s) la mantengono ancora aggrappata alla zona A, ma all’ultimo scalino disponibile, rispettivamente A- e A3. Sotto si va in B, dove già ci ha collocato Standard & Poor’s, con conseguenti maggiori richieste di garanzie collaterali per banche, assicurazioni e fondi istituzionali che volessero tornare a puntare sui nostri titoli di Stato. Tutto questo rende ancora più urgente la necessità per il governo Monti di prendere di petto le riforme strutturali. Il premier ha blindato i conti pubblici con una manovra quasi esclusivamente di aumento delle imposte, con conseguenti effetti recessivi. Sul fronte della crescita, però, si è ancora visto poco. È vero che Mario Monti è stato accolto con tutti gli onori a Berlino, Parigi, Washington e ovviamente Bruxelles, restituendo all’Italia prestigio e considerazione, che si spera si traducano in atti concreti da parte della Germania e della Banca centrale europea. Ha inoltre allontanato ogni ipotesi di intervento del Fondo monetario, che sarebbe stato niente altro che un commissariamento del Paese. Ma i complimenti, pur meritati, non bastano. Nei prossimi mesi in Europa su due mercati si scatenerà una concorrenza senza esclusione di colpi: quello dei titoli di Stato, con tutti i paesi che cercheranno di piazzare le loro obbligazioni; e quello degli investimenti e dell’economia reale. Mentre il Tesoro cerca di limitare i danni e gli spread sul primo fronte (anche l’asta dei Btp di stamani è andata bene, con rendimenti in calo di quasi un punto e mezzo), è sul secondo terreno che si misureranno le riforme di Monti. È assolutamente necessario restituire alla nostra economia e alle nostre imprese la competitività perduta. Gli stranieri non investono più da noi: il rapporto tra investimenti da oltreconfine e Pil è sceso tra il 2001 e il 2010 all’1,2 per cento, il più basso dell’Unione europea prima della Grecia. Certo, sopra di noi c’è, di poco, la Germania: ma solo perché sono i tedeschi a farla da padrone nel resto del mondo, con un attivo commerciale che ha toccato il record di mille miliardi di euro. Anche le imprese italiane continuano ad esportare bene, surclassando ad esempio quelle francesi. Ma questa è in fondo un’altra distorsione: il made in Italy regge ancora, a condizione però di delocalizzare all’estero gran parte della produzione. Fatto sta che la presenza straniera in Italia vale oggi appena 337 miliardi di dollari, poco più di 200 miliardi di euro, e soltanto due regioni, Lombardia e Lazio, hanno investimenti significativi, in grado di reggere il confronto con analoghe aree di altri paesi. Il 2011 è stato poi una Caporetto, con disinvestimenti netti del 53 per cento. I motivi sono stranoti: dall’eccesso di burocrazia al ritardo nei pagamenti (a cominciare dalla Pubblica amministrazione), fino alle rigidità del mercato del lavoro. Sono precisamente tre fronti sui quali Monti ha promesso interventi e riforme. Così come sulle privatizzazioni, ormai non rinviabili per ridurre il debito e liberare risorse da mettere al servizio dell’economia reale. Per ora, però, di tutto questo si vedono solo i titoli; mentre la Spagna, che ha il doppio d’investimenti esteri, ha già messo la quarta.
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Sburocratizzare per esempio l'edilizia alle normative inizio anni '70 e subito.
Per le norme già scritte ci sono tanti termovalorizzatori!